1. Introduzione
Il seguente articolo si propone di indagare una distinzione fondativa per le scienze del linguaggio: la differenza tra lingua e linguaggio. Tale differenziazione, apparentemente semplice, cela in realtà una complessità concettuale che assume sfumature e definizioni profondamente diverse a seconda del paradigma teorico di riferimento. Il linguaggio, inteso come facoltà umana generale di comunicare, si manifesta come un fenomeno multiforme ed eterogeneo, che abbraccia simultaneamente dimensioni fisiche, fisiologiche, psichiche e sociali, come ben evidenziato dalla riflessione saussuriana citata da De Mauro, secondo cui esso «non si lascia classificare in alcuna categoria di fatti umani, poiché non si sa come enunciare la sua unità» (de Saussure, 2005: 19). È proprio questa intrinseca complessità a rendere necessaria, sul piano metodologico, una delimitazione più precisa dell’oggetto di studio. Da un lato, gli esseri umani possiedono un’abilità innata per il linguaggio come forma di interazione sociale, un sistema di comunicazione di una sofisticatezza incomparabile nel regno animale, intenzionale e profondamente legato all’ambiente. Dall’altro, in discipline come la linguistica, il termine “lingua” può assumere accezioni specifiche e talvolta contrastanti, riferendosi ora a un sistema culturale e convenzionale, ora a una componente interna della mente/cervello. (Hauser, Chomsky & Fitch, 2002).
Alla luce di questa premessa, l’articolo è suddiviso in due sezioni principali, ciascuna dedicata all’analisi di come due fondamentali approcci linguistici del Novecento abbiano concettualizzato questo rapporto.
La prima parte è dedicata allo strutturalismo, con particolare attenzione alla tripartizione operata da Ferdinand de Saussure tra langage — la facoltà linguistica generale —, langue — il sistema astratto e sociale — e parole — la realizzazione individuale e concreta.
La seconda parte affronta la prospettiva generativista di Noam Chomsky, che sposta l’attenzione sul linguaggio come facoltà biologica innata, ridefinendo la dicotomia attraverso i concetti di competenza — la conoscenza inconscia della lingua — ed esecuzione — l’uso pratico del linguaggio.
Il percorso si concluderà con una sintesi che metterà a confronto questi due modelli epistemologici, evidenziando le loro radicali differenze nell’interpretare la natura della lingua e del linguaggio umano.
2. Strutturalismo: la Lingua come sistema sociale
Il 1916 segna convenzionalmente una data epocale per la linguistica moderna: la pubblicazione postuma del
Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure (1916). Sebbene opere linguistiche fossero già
presenti nell’Ottocento, il secolo successivo si è rivelato essere importante dal momento che furono pubblicate
opere di stampo diverse; infatti durante l’Ottocento predominavano opere di linguistica storico−comparativa,
mentre il Novecento «è altrettanto spesso visto come quello [il secolo] della linguistica generale» (Graffi,
2019: 147).
Tale scenario sancisce l’inizio di un nuovo paradigma scientifico: lo
strutturalismo1. Si tratta di un
approccio che opera una radicale rottura con la tradizione ottocentesca, dato che l’oggetto primario della
linguistica non è più la storia dei singoli elementi, ma il sistema2 (o struttura) che li organizza e conferisce loro
significato in un dato momento.
Tale approccio è distinto dallo strutturalismo europeo e dallo strutturalismo statunitense. Per quanto riguarda il primo, il principio cardine è che una lingua costituisce un sistema chiuso e autonomo, un insieme di elementi interconnessi in cui il valore di ciascuna unità non è intrinseco, ma è determinato esclusivamente dalle sue relazioni di contrasto e differenza con tutte le altre unità del sistema. In altre parole, lo strutturalismo studia i sistemi di segni da un punto di vista puramente interno, prescindendo dai legami contingenti con la realtà extralinguistica. Il secondo, invece era inteso come “linguistica descrittiva”; tale differenza è dovuta al fatto che tali studi erano focalizzati a lingue diverse da quelle indoeuropee — come lo studio delle lingue degli indiani d’America —, dal momento che queste non hanno una tradizione scritta; pertanto «non è dunque possibile compierne uno studio diacronico, ma solo uno studio sincronico; per questo, ‘strutturale’ nel senso statunitense del termine è di fatto sinonimo di ‘sincronico’» (Graffi, 2019: 177).
Le principali scuole che svilupparono l’eredità saussuriana furono:
- La Scuola di Praga, con figure come Roman Jakobson e Nikolaj Trubeckoj, che sviluppò i principi strutturalisti in una direzione funzionalista, elaborando compiutamente la teoria del fonema come unità distintiva e caratterizzata per opposizione.
- La Scuola di Copenaghen (o Glossematica), con Louis Hjelmslev, che spinse l’astrazione verso un formalismo quasi algebrico, dato dal «suo orientamento verso una trattazione formale e astratta, quasi algebrica» (Berruto & Cerruti, 2011: 308).
In America, invece, i due capiscuola furono Edward Sapir (1884−1939) e Léonard Bloomfield (1887−1949). Quest’ultimo, in particolare modo, sotto l’influenza del comportamentismo elabora un metodo di analisi “distribuzionale”, volto a classificare gli elementi linguistici basandosi esclusivamente sulla loro distribuzione negli enunciati, prescindendo dal significato. (Graffi, 2019; Joseph, 2016; Robins, 1995)
Nonostante le differenze, tutte queste correnti condividevano l’abbandono dello psicologismo ottocentesco e la concezione della lingua come un oggetto autonomo, il cui studio richiedeva l’elaborazione di metodi rigorosi e procedurali d’analisi. Lo strutturalismo, in tutte le sue declinazioni, ha così fornito alla linguistica lo statuto di scienza autonoma, dotata di un oggetto proprio e di un metodo specifico.
2.1. Ferdinand de Saussure: Vita e Opere
Ferdinand de Saussure (1857−1913) nacque a Ginevra in una famiglia di scienziati. I suoi studi universitari si svolsero a Lipsia, epicentro del movimento neogrammatico. Fu lì che, appena ventunenne, pubblicò la sua unica opera monografica in vita: il Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo−européennes (1879). In questo lavoro, sebbene dominasse la prospettiva della linguistica storica, era visibile, seppur in maniera abbastanza approssimativa, l’inizio dell’approccio strutturale.
Già quando scrisse quest’opera aveva già preso coscienza delle complessità dell’analisi di un sistema linguistico, sia a livello di suono che di significato, sia attraverso le lingue che all’interno di una singola lingua, sia attraverso il tempo che in un dato momento. Sapeva che sarebbe dovuto partire da zero, partendo dalla terminologia di base: parole che indicano la lingua stessa, come langue, parole, langage, che si sovrappongono ampiamente nell’uso quotidiano. (Joseph, 2016).
Dopo un periodo d’insegnamento a Parigi, nel 1891 Saussure fece ritorno a Ginevra per occupare la cattedra di Sanscrito e di Storia e Comparazione delle Lingue Indoeuropee. In questo periodo, le sue pubblicazioni ridussero drasticamente; ciò era dovuto al fatto che lui «si interrogava in modo sempre più critico sui fondamenti della linguistica, senza però arrivare a soluzioni che lo soddisfacessero completamente» (Graffi, 2019: 150).
L’occasione per esporre le sue riflessioni gli fu offerta tra il 1907 e il 1911, quando tenne per tre volte un corso di Linguistica generale e storia e comparazione delle lingue indoeuropee all’Università di Ginevra, senza, però, produrne una versione scritta. Dopo la sua morte, due suoi allievi — Charles Bally e Albert Sechehaye — basandosi sugli appunti degli studenti, ricostruirono e pubblicarono il celebre Corso di linguistica generale. È cruciale sottolineare che si tratta di un’opera ricostruita, che non riflette pienamente il pensiero maturo e forse mai definitivo di Saussure. Come precisa Graffi, «era difficile dire, però, quanto di esso rappresentasse l’autentico pensiero di Saussure e quanto, invece, fosse opera di Bally e Sechehaye» (ibidem). Solo in un secondo tempo, grazie al lavoro filologico di Robert Godel e all’edizione critica di Rudolf Engler, è stato possibile risalire alle fonti originali.
Un contributo fondamentale è stato il commento di Tullio De Mauro alla traduzione italiana del Corso, che «permette di interpretare molto più correttamente il pensiero di Saussure rispetto a quanto era stato possibile fino ad allora» (ivi: 151).
2.2 Concetti chiave: Langage, Langue, Parole
Per delimitare l’oggetto vero e proprio della linguistica, Saussure propone una fondamentale distinzione all’interno del fenomeno linguistico globale, il langage, la langue e la parole.
La tripartizione saussuriana non ha solo valore descrittivo, ma soprattutto metodologico. Per fondare una scienza della lingua, è necessario concentrarsi sulla langue, il sistema sociale e astratto, prescindendo momentaneamente dalla parole, la sua realizzazione individuale e concreta. È questa separazione a permettere di studiare la lingua come un oggetto autonomo, governato da leggi proprie.
2.2.1. Il Linguaggio come Langage
Saussure utilizza il termine langage non per indicare l’oggetto specifico della linguistica, ma per descrivere il fenomeno umano generale nella sua totalità e complessità.
Esso è inteso come la facoltà umana naturale e multiforme di comunicare attraverso un sistema di segni. Tuttavia, questa facoltà, nella sua espressione concreta, si presenta come un insieme disomogeneo e sfuggente. Saussure, come riportato da De Mauro, precisa che:
Preso nella totalità, il linguaggio è multiforme ed eteroclito; a cavallo di parecchi campi, nello stesso tempo fisico, fisiologico, psichico, esso appartiene al dominio individuale e al dominio sociale; non si lascia classificare in alcuna categoria di fatti umani, poiché non si sa come enunciare la sua unità (de Saussure, 2005: 19).
Di conseguenza, non si tratta di un oggetto unitario, ma un insieme di aspetti che appartengono a piani differenti: il funzionamento fisico delle onde sonore, il processo fisiologico della fonazione e dell’udito, l’elaborazione psichica dei concetti e delle immagini acustiche, e infine, la dimensione sociale della convenzione. Proprio a causa di questa intrinseca multiformità, il langage, considerato nella sua interezza, non è classificabile come un fatto umano unitario e, pertanto, non può costituire l’oggetto di una scienza rigorosa, quale la linguistica.
2.2.2. La Lingua come Langue
Se il langage è il fenomeno generale e indistinto, la langue è, per Saussure, il vero e proprio oggetto della linguistica. Essa rappresenta la parte socialmente più rilevante e scientificamente più analizzabile del langage. Delimitando la langue all’interno del langage, Saussure compie l’operazione epistemologica che fonda la linguistica moderna.
La langue è definita come un sistema di segni che una comunità linguistica3 adotta per consentire l’esercizio della facoltà del linguaggio. A differenza del langage, la langue possiede una natura omogenea; infatti:
Mentre il linguaggio è eterogeneo, la lingua così delimitata è di natura omogenea: è un sistema di segni in cui essenziale è soltanto l’unione del senso e dell’immagine acustica e in cui le due parti del segno sono egualmente psichiche (ivi: 24).
Questa omogeneità deriva dal fatto che la langue esiste esclusivamente a livello psichico e collettivo. Si tratta, dunque, di un codice condiviso. Per descrivere il funzionamento della lingua, Saussure ricorre al modello del circuito della parole4, che coinvolge due individui che comunicano (A e B). Il punto di partenza di tale modello è nel cervello di A, in cui risiedono i concetti che lui cerca di comunicare e che sono associati a delle rappresentazioni dei segni linguistici5 o immagini acustiche necessarie ai fini della propria espressione. Questo è un fenomeno psichico, seguito da un processo fisiologico caratterizzato dalla trasmissione agli organi di fonazione un impulso corrispondente all’immagine. Successivamente, si verifica il processo fisico, mediante il quale «le onde sonore si propagano dalla bocca di A all’orecchio di B» (ivi: 21). In seguito alla ricezione di B, il circuito si estende a B in un ordine inverso. Nel caso in cui B parlasse a sua volta, «questo nuovo atto seguirà — dal suo cervello a quello di A — esattamente lo stesso cammino del primo e passerà attraverso le stesse fasi» (ibidem)
2.2.3. La Lingua come Parole
Contrapposta alla langue, che è sociale e sistemica, la parole rappresenta la dimensione individuale e concreta del fenomeno linguistico. Se la langue è il codice, la parole è il messaggio; se la langue è la grammatica, la parole è il discorso.
La parole è definita come «l’esecuzione [...] sempre individuale» (ivi: 23), del sistema della langue. È l’atto in cui un singolo parlante, servendosi del codice comune, lo mobilita per esprimere il proprio pensiero personale. Come sottolinea De Mauro:
La parole è dunque, per S[aussure], tanto un’azione comunicativa quanto il particolare risultato, il particolare materiale linguistico utilizzato nell’azione cosi come è adoperato in quell’atto comunicativo (ivi: 389).
Si tratta dell’uso vivente, imperfetto e variabile della lingua, con tutte le sue esitazioni, ripetizioni e idiosincrasie individuali.
In definitiva, separando la langue dalla parole, Saussure separa “ciò che è sociale da ciò che è individuale” e “ciò che è essenziale da ciò che è accessorio”. La linguistica ha così il suo oggetto proprio: un sistema astratto, sociale e strutturato.
3. Generativismo: il Linguaggio come facoltà biologica
Il Generativismo, noto anche come Grammatica Generativo−Trasformazionale6, rappresenta una delle più profonde rivoluzioni nella linguistica del Novecento. Nato negli anni Cinquanta del XX secolo, questo paradigma, fondato da Noam Chomsky, propone un capovolgimento totale di prospettiva rispetto allo strutturalismo che lo aveva preceduto. Se lo strutturalismo studiava la lingua come un sistema sociale e astratto, il generativismo la indaga come una facoltà biologica e mentale innata, inscritta nel patrimonio genetico umano.
La linguistica generativa è vista come una disciplina formale che studia il linguaggio come una componente specifica della mente/cervello. Il suo obiettivo primario non è classificare i fatti linguistici osservati, ma spiegare la competenza linguistica dei parlanti nativi, ovvero la loro capacità inconscia di produrre e comprendere un numero infinito di frasi a partire da un insieme finito di elementi. Come sintetizzano Gaetano Berruto e Massimo Cerruti:
Ispirandosi a modelli da un lato matematizzanti e dall’altro biologico−mentalisti, Chomsky vede il linguaggio come una facoltà mentale basilarmente innata, inscritta nel patrimonio genetico dell’uomo, e con una sua organizzazione autonoma, da studiare con metodi rigorosamente deduttivi (Berruto & Cerruti, 2011: 310).
Tale approccio, richiamando il razionalismo cartesiano, sostiene che la mente umana non è una tabula rasa, ma possiede una struttura genetica preordinata all’acquisizione del linguaggio (Graffi, 2019). Questo “programma biologico” è noto come Grammatica Universale (GU)7
3.1. Noam Chomsky: Vita e Opere
Noam Chomsky (1928−) è il linguista più influente e noto della linguistica contemporanea. La sua opera ha non solo ridefinito i confini della disciplina, ma ha anche avuto un impatto profondo sulla psicologia, la filosofia della mente e le scienze cognitive.
«Chomsky era stato allievo di Harris all’Università di Pennsylvania, nella seconda metà degli anni Quaranta: si era dunque formato in un ambiente post−bloomfieldiano» (ivi: 199). La sua carriera accademica è legata principalmente al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dove ha insegnato per decenni. La svolta generativista viene convenzionalmente fatta risalire al 1957, con la pubblicazione di un volumetto destinato a diventare un classico: Syntactic Structures (1957). In quest’opera, Chomsky inizia a delineare i fondamenti della grammatica generativo−trasformazionale, introducendo concetti chiave.
Tuttavia, è con Aspects of the Theory of Syntax (1965) che la teoria raggiunge la sua formulazione più sistematica e influente. In questo testo, Chomsky introduce la fondamentale distinzione tra Competenza (Competence) ed Esecuzione (Performance) e delinea compiutamente la sua visione innatista e mentalista del linguaggio, proponendo l’esistenza di un Dispositivo di Acquisizione del Linguaggio (Language Acquisition Device o LAD) nel cervello umano.
In opere come Cartesian Linguistics (1966) e Language and Mind (1968), Chomsky radicalizza la sua posizione, collocandola esplicitamente all’interno della tradizione razionalista e contrapponendola alla tradizione comportamentista. Chomsky aveva ipotizzato una “realtà mentale sottostante” «necessaria per rendere conto adeguatamente del comportamento linguistico osservabile» (Graffi, 2019: 205); inoltre, Chomsky propone un’altra innovazione: tale realtà mentale non è acquisibile se ogni individuo non disponesse un meccanismo innato che Chomsky chiama LAD «e che a partire dagli anni Settanta sarà detto GU, con un esplicito richiamo alla tradizione cartesiana e post−cartesiana» (ibidem)
3.2. Concetti Chiave: La Coppia Competenza/Esecuzione
Per delimitare l’oggetto specifico della linguistica, Chomsky opera una distinzione fondamentale, paragonabile per importanza a quella saussuriana tra langue e parole: la dicotomia tra Competenza ed Esecuzione.
La competenza è «the speaker−hearer’s knowledge of his language» (Chomsky, 2015: 2) o «informally, what the language user knows» (ivi: XI). Si tratta di un sistema di regole grammaticali interiorizzato e in larga parte inconscio, che il parlante padroneggia perfettamente.
L’esecuzione è «the actual use of language in concrete situations» (ivi: 2) o «what the language user does, typically influenced by many factors» (ivi: XI). Si tratta, dunque, della messa in atto, necessariamente imperfetta e limitata, della competenza nel discorso reale. L’esecuzione è influenzata da una moltitudine di fattori extra−grammaticali: distrazioni, lapsus, limiti della memoria a breve termine, influenze emotive, ecc.
Sebbene Chomsky assimili questa distinzione a quella saussuriana, ne sottolinea una differenza cruciale: mentre la langue è un’entità sociale e un “inventario di elementi”, la competenza è individuale e dinamica, concepita come “un insieme di processi generativi”. È questa una delle principali discontinuità tra i due paradigmi.
3.2.1. Il Linguaggio come facoltà biologica innata
Il cuore della teoria chomskyana è la concezione del linguaggio come una facoltà biologica innata, specifica della specie umana. Il problema centrale che l’innatismo cerca di risolvere è il “problema dell’acquisizione del linguaggio”: come è possibile che un bambino, esposto a un input linguistico limitato e spesso frammentario (i dati dell’esecuzione), sia in grado di costruire in tempi brevissimi e senza un insegnamento esplicito la grammatica complessa della sua lingua madre?
La risposta di Chomsky è che il cervello umano non è una tabula rasa, ma è geneticamente dotato di un LAD.
Sotto questa luce, il primo apprendimento del linguaggio è l’elaborazione, da parte del cervello del bambino, della fortuita esperienza della parola che gli si presenta, sia essa rivolta direttamente a lui o enunciata in sua presenza. Esso si compie attraverso un sistema notevolmente limitato di “grammatiche possibili” entro cui i dati devono essere ricevuti, immagazzinati e compresi (Robins, 1995: 237)
L’acquisizione della lingua materna non è quindi un semplice apprendimento per imitazione e rinforzo, come sostenevano i comportamentisti, ma uno sviluppo biologico guidato che attiva e specializza la GU sulla base dell’esperienza linguistica a cui il bambino è esposto.
3.2.2. La Lingua come Competenza
All’interno del modello generativista, la competenza rappresenta la manifestazione concreta della GU di un individuo. Essa è la grammatica internalizzata che ogni parlante−ascoltatore possiede della propria lingua.
La competenza, di conseguenza, non è un semplice inventario di parole e regole, ma un sistema computazionale generativo. È un meccanismo finito di regole in grado di generare un numero potenzialmente infinito di strutture linguistiche, assegnando a ciascuna di esse una descrizione strutturale (sintattica, fonologica e semantica). Questo spiega il carattere creativo del linguaggio umano: la nostra capacità di produrre e comprendere frasi mai udite prima.
Questa conoscenza astratta gli permette non solo di produrre frasi grammaticalmente corrette, ma anche di riconoscere frasi agrammaticali, di cogliere ambiguità e di stabilire relazioni tra frasi diverse (ad esempio, riconoscere che una frase attiva e la sua corrispondente passiva esprimono lo stesso significato).
Il fine della linguistica generativa è proprio quello di costruire una grammatica esplicita che modelli la competenza del parlante ideale. Come afferma Chomsky:
A grammar of a language purports to be a description of the ideal speaker−hearer’s intrinsic competence. If the grammar is, furthermore, perfectly explicit [...] we may (somewhat redundantly) call it a generative grammar. (Chmosky, 2015: 2−3)
3.2.3. La Lingua come Esecuzione
L’esecuzione rappresenta la realizzazione concreta della lingua in atti comunicativi specifici, con tutti i limiti e le interferenze del contesto reale.
Mentre la competenza è un sistema formale puro e idealizzato, l’esecuzione è un fenomeno ibrido, influenzato da una molteplicità di fattori extra−grammaticali. Chomsky elenca esplicitamente alcune di queste influenze: «false partenze, deviazioni dalle regole, cambi di piano a metà di un enunciato, e così via» [traduzione mia] (ivi: 2). A questi si aggiungono le limitazioni della memoria, le pause, le esitazioni, gli errori di pronuncia e tutte quelle variabili psicologiche e pragmatiche che rendono il parlato naturale un dato “rumoroso” e imperfetto.
Inoltre, l’esecuzione non può essere un riflesso diretto e fedele della competenza. Come spiega Graffi, «una frase di lunghezza infinita è possibile a livello di competenza, ma non è realizzabile a livello di esecuzione» (Graffi, 2019: 204−205), a causa dei nostri limiti fisiologici e cognitivi.
4. Conclusioni
Il percorso analitico condotto in questo articolo ha messo in luce come la distinzione tra lingua e linguaggio non costituisca una mera questione terminologica, ma rappresenti un vero e proprio spartiacque epistemologico, in grado di definire l’oggetto, il metodo e gli obiettivi della ricerca linguistica. La comparazione tra il paradigma strutturalista di Ferdinand de Saussure e quello generativista di Noam Chomsky ha rivelato due visioni profondamente diverse, sebbene entrambe fondative per la linguistica moderna.
Da un lato, lo strutturalismo saussuriano, nel suo tentativo di conferire alla linguistica uno statuto scientifico autonomo, opera una cruciale delimitazione dell’oggetto di studio. Attraverso la tripartizione langage, langue e parole, Saussure isola la langue come sistema astratto, sociale e convenzionale, quale unico dominio suscettibile di analisi scientifica rigorosa. In questa prospettiva, la lingua è un fatto sociale, un tesoro depositato nella collettività, mentre il linguaggio nella sua totalità, eterogeneo e sfuggente, viene consapevolmente messo tra parentesi.
Dall’altro lato, la rivoluzione chomskyana capovolge radicalmente questa prospettiva. Per il generativismo, l’oggetto primario della linguistica non è più il sistema sociale, bensì la competenza, intesa come facoltà biologica innata e componente della mente/cervello del singolo individuo. Il linguaggio umano viene quindi indagato non come un prodotto culturale, ma come una proprietà della specie, un “organo mentale” il cui sviluppo è guidato da una GU biologicamente determinata. La dicotomia competenza/esecuzione rilegge così quella saussuriana langue/parole, spostando però l’asse della scientificità dalla dimensione collettiva e sistemica a quella individuale e computazionale.
In definitiva, se per Saussure la lingua è un sistema da descrivere nelle sue relazioni interne e nel suo carattere sociale, per Chomsky il linguaggio è una facoltà da spiegare nella sua base biologica e nella sua capacità generativa. Questa divergenza fondamentale non solo segna il passaggio dalla linguistica come scienza dei sistemi segnici alla linguistica come scienza cognitiva, ma continua a informare il dibattito contemporaneo. Le due prospettive, con le loro rispettive eredità, non si escludono reciprocamente, ma delineano differenti orizzonti di senso, dimostrando come la risposta alla domanda “che cos’è la lingua?” sia intimamente connessa alla visione dell’uomo e della sua capacità di dare un significato il mondo.
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