Il linguaggio verbale umano e le sue proprietà fondamentali

Pubblicato il: 1° Dicembre 2025 | Tempo di lettura: 16 minuti

1. Introduzione

Lo studio del linguaggio verbale umano, oggetto primario della linguistica, si articola attorno a una domanda fondamentale: quali sono le proprietà costitutive che rendono la lingua un sistema di comunicazione unico e così profondamente complesso?

Se è vero che, in una definizione minimale, la lingua può essere descritta come un mezzo di comunicazione composto da parole e regole condivise da una comunità, questa visione rischia di appiattirne la natura intrinsecamente sistemica e creativa. La sua unicità emerge, infatti, dalla combinazione di un insieme di caratteristiche — come la doppia articolazione, l’arbitrarietà e la ricorsività — che, nel loro insieme, la distinguono da qualsiasi altro sistema comunicativo, animale o artificiale.

Per affrontare metodologicamente questa complessità, la linguistica moderna ha operato una cruciale delimitazione del proprio oggetto di studio; Ferdinand de Saussure, nel Cours de linguistique générale, ha fondato la disciplina distinguendo all’interno del fenomeno generale del langage — la facoltà linguistica umana — la langue, il sistema astratto e sociale condiviso da una comunità, dalla parole, la sua realizzazione concreta e individuale (de Saussure, 1916; 2005; Bisceglia, 2025). Questa distinzione, cardine dello Strutturalismo, ha permesso di studiare la lingua come un sistema autonomo di segni, ciascuno definito dall’unione di un significante — l’immagine acustica — e di un significato — il concetto.

In seguito, la prospettiva generativista di Noam Chomsky ha operato un radicale capovolgimento epistemologico, spostando il focus dalla lingua come fatto sociale alla competenza linguistica come facoltà biologica innata. La celebre dicotomia chomskyana tra competenza — la conoscenza inconscia del sistema — ed esecuzione — il suo utilizzo effettivo — ridefinisce l’oggetto della linguistica come una proprietà della mente/cervello del singolo individuo (Chomsky, 1965; Bisceglia, 2025).

Questi due paradigmi non si escludono, ma forniscono lenti complementari attraverso cui osservare lo stesso fenomeno. Se lo Strutturalismo fornisce gli strumenti per descrivere la langue come un sistema di relazioni, il Generativismo spinge a spiegarne i meccanismi computazionali interni.

Proprio a partire da questo solido fondamento teorico, il presente articolo si propone di analizzare le proprietà fondamentali del linguaggio verbale, mostrando come ciascuno di questi approcci abbia illuminato aspetti diversi del suo funzionamento. La prima parte sarà dedicata all’apporto dello Strutturalismo, esaminando caratteristiche tra cui la biplanarità, l’arbitrarietà, la linearità, la doppia articolazione, la discretezza e il mutamento. La seconda parte approfondirà, invece, i contributi del Generativismo, con un focus sulla ricorsività, la produttività e la creatività. L’obiettivo finale è quello di offrire una visione d’insieme di come queste proprietà, nel loro intrecciarsi, definiscano la natura unica e irriducibile della lingua umana, un sistema al contempo stabile e dinamico, convenzionale e infinitamente creativo.

1.1. La lingua secondo i diversi approcci della linguistica moderna

Alla base della linguistica novecentesca, definita linguistica moderna, vi è la concezione della lingua come sistema organizzato formato da unità chiamate segni. Tale visione è stata introdotta da Ferdinand de Saussure, secondo il quale, la lingua è un sistema costituito da elementi definiti in prima istanza come entità bifacciali, cioè aventi due facce, che sono, rispettivamente, il significante — cioè l’immagine acustica o la forma percepibile — e il significato — ovvero il concetto astratto a cui il significante si riferisce.

Con il termine segno è indicata l’unità parola, ma non solo, infatti:

Con qualche oscillazione, Saussure tende a chiamare segno ogni unione di significante e significato, dalle unità minime (che Frei ha poi chiamato monemi: am−, −a, −are, −av−, −o, parl−, per ecc.) fino alle unità più complesse, che Saussure chiama sintagmi (cane; parlò; di qua; per favore; dolce e chiara è la notte senza vento ecc.) (de Saussure, 1999: XIII).

L’insieme di tali segni è regolato da norme convenzionali e costituisce la langue, intesa come il sistema astratto, mentale e socialmente condiviso da una determinata comunità linguistica. La langue rappresenta, dunque, la struttura generale e stabile della lingua, che permette la comunicazione tra i membri di una comunità, fornendo loro un quadro comune di regole e significati. Questa dimensione sistemica trova la sua realizzazione concreta nella parole, ossia nell’atto individuale del singolo parlante, che utilizza il sistema per produrre enunciati specifici; in altre parole, mentre la langue definisce le possibilità e i limiti di ciò che i parlanti possono o non possono produrre verbalmente, la parole ne costituisce l’effettiva manifestazione, soggetta alla creatività, alla variabilità e alle scelte personali di chi parla.

Oltre alla prospettiva strutturalista, la linguistica moderna include anche altri approcci teorici, tra i quali ne è un esempio il generativismo. Quest’ultimo considera la lingua come un sistema mentale di regole innate che permette ai parlanti di produrre in maniera ipoteticamente illimitata frasi nuove e creative. Un altro approccio fondamentale — che in questo articolo non sarà trattato, dal momento che sarà oggetto di analisi in futuro — è quello funzionalista, che interpreta la lingua principalmente come uno strumento di comunicazione, enfatizzando l’uso concreto e il contesto sociale dei parlanti.

Queste diverse definizioni e punti di vista riguardo al linguaggio verbale umano evidenziano come esso possa essere visto alternativamente come sistema astratto, competenza mentale o strumento comunicativo e come questo oggetto di analisi sia molto complesso e non riducibile a una definizione breve e superficiale.

2. L’apporto dello Strutturalismo nella definizione di lingua

L’approccio strutturalista — la cui sistematizzazione si deve a Ferdinand de Saussure (Bisceglia, 2025) — ha definito la linguistica moderna delimitando il proprio oggetto di studio nella langue: il sistema astratto, sociale e convenzionale della lingua, distinto sia dalla facoltà generale del langage che dalla sua realizzazione individuale nella parole. Questo fondamentale orientamento epistemologico ha permesso di studiare la lingua come un sistema autonomo, i cui elementi acquistano valore non per una loro intrinseca qualità, ma attraverso le relazioni di differenza e opposizione che intrattengono gli uni con gli altri.

A partire da questa concezione della lingua come sistema, lo strutturalismo ha individuato e descritto un insieme di proprietà costitutive che caratterizzano il funzionamento del linguaggio verbale umano.

Il presente capitolo si propone di analizzare tali proprietà, mostrando come ciascuna di esse contribuisca a definire la natura unica ed economica di questo sistema di segni. Si passerà in rassegna la biplanarità del segno linguistico, la sua intrinseca arbitrarietà, nonché i principi della linearità del significante e della doppia articolazione. Verranno inoltre discusse proprietà fondamentali come la discretezza delle unità linguistiche, la dinamica del mutamento e della trasponibilità del mezzo; quest’ultima esplorata attraverso il confronto tra modalità orale e scritta e le sue evoluzioni nell’era digitale. Attraverso questo percorso, emergerà il ritratto di un oggetto complesso la cui organizzazione sistemica ne permette l’infinita potenzialità espressiva.

2.1. La biplanarità

Una delle caratteristiche primarie del segno linguistico, e quindi delle unità che compongono la lingua è la biplanarità.

Come già anticipato, il segno è costituito da due elementi inseparabili: il significante e il significato. Il significante è la componente materiale del segno, ossia una sequenza di suoni e/o una sequenza grafica di lettere, mentre il significato è il concetto mentale associato al significante. Questi due elementi sono inscindibili, infatti, come spiega Saussure:

l’entità linguistica non esiste che per la associazione del significante e del significato; appena si considera uno solo di questi elementi, essa svanisce […]. Si è spesso confrontata questa unità a due facce con l’unità della persona umana, composta del corpo e dell’anima. Il raccostamento è poco efficiente. Si potrebbe pensare più giustamente a un composto chimico, per esempio all’acqua; è una combinazione di idrogeno e di ossigeno, ma ciascuno di questi elementi, preso a parte, non ha nessuna delle proprietà dell’acqua (de Saussure, 1999: 125−126).

Ne consegue che un segno linguistico è definibile come tale se e solo se osservato nella combinazione congiunta delle sue due facce (Berruto & Cerruti, 2017).

2.2 L’arbitrarietà

Uno dei capisaldi della linguistica moderna, anch’esso introdotto da Ferdinand de Saussure, è il principio dell’arbitrarietà del segno linguistico. Secondo questa prospettiva, non esiste alcun legame naturale o necessario tra il significante e il significato di una parola. Come osserva Saussure:

l’idea di «sorella» non è legata da alcun rapporto interno dalla sequenza di suoni s−ö−r che le serve in francese da significante; potrebbe anche essere rappresentata da una qualunque altra sequenza: lo provano le differenze tra le lingue e l’esistenza stessa di lingue differenti: il significato «bue» ha per significante b−ö−f da un lato ed o−k−s (Ochs) dall’altro lato della frontiera (de Saussure, 1999: 85−86).

Allo stesso modo, la parola italiana gatto non possiede alcuna qualità felina intrinseca, come dimostrano le diverse forme in altre lingue: kissa in finlandese, mace in albanese, kedi in turco o paka in swahili (Berruto & Cerruti, 2017).

Questo principio affonda le sue radici in un dibattito filosofico antico, che vede opporsi la posizione naturalistica di Cratilo — secondo cui il nome appartiene all’essenza della cosa — a quella convenzionalista di Ermogene (Polidoro, 2015). Una utile analogia è offerta dall’evoluzione dell’arte rupestre: nel Paleolitico, le immagini naturalistiche erano considerate parte integrante della realtà rappresentata, quasi una sua estensione magica; con il Neolitico, prevalsero forme stilizzate e astratte, segno di una mediazione culturale ormai consapevole (Hauser, 1955). Allo stesso modo, il segno linguistico non è un’emanazione diretta della realtà, ma il prodotto di una convenzione sociale.

Una svolta fondamentale si ebbe con Aristotele, il quale riconobbe esplicitamente la natura convenzionale del legame tra suono e concetto, pur ritenendo che i concetti stessi fossero un’impronta fedele della realtà, identica per tutti gli esseri umani (Polidoro, 2015). Sarà la linguistica del Novecento, da Saussure in poi, a mettere in discussione anche questa ultima certezza, affermando che ogni lingua organizza il continuum della realtà in modo differente, agendo come una “griglia di lettura” del mondo (id.). Esempi classici come la distinzione lessicale tra bosco e foresta in italiano — assente in tedesco con il solo termine Wald — o i molteplici termini per designare il colore bianco nelle lingue eschimesi, mostrano come i sistemi semantici segmentino il reale in modo culturalmente specifico (id.).

Dunque, l’arbitrarietà non è solo una proprietà del segno, ma il fondamento stesso della diversità linguistica. Se il legame tra significante e significato fosse motivato, tutte le lingue convergerebbero verso un unico modello. Al contrario, la convenzionalità del segno permette alle lingue di strutturarsi come sistemi autonomi, ciascuno con la propria visione del mondo.

2.2.1. Arbitrarietà onnipresente?

Sebbene l’arbitrarietà sia un principio di valenza sistemica, esistono alcune eccezioni che rientrano nella categoria dei segni relativamente motivati, individuati dallo stesso Saussure:

Solo una parte dei segni è assolutamente arbitraria; presso altri interviene un fenomeno che permette di riconoscere dei gradi dell’arbitrarietà senza però eliminarla: il segno può essere relativamente motivato (de Saussure, 1999: 158).

Di conseguenza, alcuni segni linguistici sembrano essere almeno parzialmente motivati. Le onomatopee, ad esempio, riproducono o richiamano i caratteri fisici significativi di ciò che viene designato. Come mostrano Berruti e Cerruti:

Parole e voci onomatopeiche come per esempio tintinnio, sussurrare, rimbombare, o din don, o chicchirichì (il verso del gallo) imitano nella loro sostanza di significante il suono o rumore che designano, e presentano quindi un aspetto più o meno nettamente iconico: sarebbero pertanto più icone che simboli o segni in senso stretto (Berruto & Cerruti, 2017: 11).

Tuttavia, è importante notare che le onomatopee e le voci imitative sono anche integrate nella convenzione arbitraria di un singolo sistema linguistico e hanno una loro specificità che le rende almeno in parte diverse da una lingua all’altra, anche se il referente rimane identico. Per esempio, tintinnìo combina il suffisso nominale del tutto arbitrario −ìo con una parte chiaramente motivata e onomatopeica, tintin−. Ed è noto che al chicchiricchì italiano corrispondono termini come cocorico in francese, cock−a−doodle−doo in inglese, Kikeriki in tedesco e kukeluku in olandese (id.).

Un altro caso di arbitrarietà parziale riguarda le espressioni composte, cioè espressioni in cui il significato complessivo può essere dedotto dalla combinazione dei singoli elementi. Saussure cita, come esempio, il numero francese dix−neuf ‘diciannove’: pur essendo formato da due segni originariamente arbitrari, dix ‘dieci’ e neuf ‘nove’, il loro accostamento produce un significato chiaramente motivato e interpretabile. Tuttavia, il segno composto resta di base arbitrario, poiché deriva dall’unione di due segni che, singolarmente, sono arbitrari (de Saussure, 1999).

2.3. La linearità

Un’altra proprietà linguistica è la linearità del significante, la quale esprime il concetto secondo il quale:

il significante, essendo di natura uditiva, si svolge soltanto nel tempo ed ha i caratteri che trae dal tempo: a) rappresenta una estensione, e b) tale estensione è misurabile in una sola dimensione: è una linea […]. In opposizione ai significanti visivi (segnali marittimi ecc.) che possono offrire complicazioni simultanee su più dimensioni, i significati acustici non dispongono che della linea del tempo: i loro elementi si presentano l’uno dopo l’altro; formano una catena. Tale carattere appare immediatamente non appena li si rappresenti con la scrittura e si sostituisca la linea spaziale dei segni grafici alla successione nel tempo (de Saussure, 1999: 88).

Dunque, questa proprietà indica il fatto che i suoni del linguaggio verbale umano o le lettere con cui lo si rappresenta graficamente si susseguono l’uno dopo l’altro nel tempo e nello spazio, formando una catena, e che non possono essere espressi simultaneamente.

2.4. La doppia articolazione

Il principio della doppia articolazione spiega come il linguaggio verbale umano riesca a essere uno strumento di comunicazione sia economico che efficace. Esso si fonda sull’idea che la lingua sia un sistema organizzato su due livelli di costruzione distinti, i quali permettono di generare un numero potenzialmente infinito di unità; in altre parole, i morfemi e le parole sono combinati a partire da un insieme limitato di unità più piccole, i fonemi.

Come osserva André Martinet (1908−1999)1:

Come ogni segno, il monema è un’unità a due facce: una faccia significata, il suo senso o valore, e una faccia significante che la manifesta sotto forma fonica, composta da unità di seconda articolazione. Queste ultime sono chiamate fonemi (Martinet, 1980: 16).

In un enunciato come J’ai mal à la tête ‘mi fa male la testa’ ci sono sei monemi — o in termini moderni morfemi —, che coincidono con ciò che, nel linguaggio comune, chiamiamo parole: j’ (per je), ai, mal, à, la e tête. Tuttavia, non bisogna concludere che monema sia semplicemente l’equivalente tecnico di parola; poiché, in una parola come travaillons ‘lavoriamo’, ci sono due monemi: travaill−, che indica un certo tipo di azione, e −ons, che indica la persona verbale (id.).

2.5. La discretezza

La lingua è anche un sistema discreto, poiché è composto da unità distinguibili e distinte, chiaramente separate le une dalle altre. Ciò significa che:

la differenza tra gli elementi, le unità della lingua, è assoluta, non quantitativa o relativa: in altre parole, le unità della lingua non costituiscono una materia continua, senza limiti netti al proprio interno, ma c’è un confine preciso fra un elemento e un altro, che sono distinti e ben separabili l’uno dall’altro (Berruto & Cerruti, 2017: 22).

Questo è uno degli aspetti che differenzia il linguaggio verbale umano da altri sistemi di comunicazione continua, come i segnali visivi o musicali in cui i loro segni possono essere sia continui che agglomerati.

2.6. Il mutamento

Il mutamento rappresenta una delle proprietà fondamentali della lingua naturale umana. Da un lato, una lingua deve possedere una certa stabilità per assolvere alla sua funzione primaria di strumento di comunicazione all’interno di una comunità; dall’altro, però, è un dato empirico incontrovertibile che tutte le lingue, senza alcuna eccezione, cambiano nel tempo. Il mutamento è l’oggetto di studio della linguistica che assume un punto di vista strettamente diacronico2.

Il mutamento linguistico interessa tutti i livelli della lingua e non rappresenta un difetto, bensì una caratteristica intrinseca e indispensabile delle lingue naturali. Alcuni aspetti della lingua sono più suscettibili al cambiamento di altri: ad esempio, il lessico è la componente più mutevole, mentre fonologia, morfologia e sintassi tendono a evolversi più lentamente. Il mutamento costituisce il meccanismo attraverso cui una lingua si adatta ai bisogni espressivi, culturali e sociali della comunità dei parlanti.

2.7. La transponibilità di mezzo

Il principio della trasponibilità si riferisce alla capacità della lingua di essere realizzata attraverso canali diversi senza perdere la propria identità. In particolare, la trasponibilità si manifesta nella possibilità di trasmissione tramite il canale fonico−acustico, corrispondente alla modalità orale, e il canale visivo−grafico, che corrisponde alla modalità scritta.

2.7.1. Le caratteristiche della modalità orale e quella scritta

Le modalità orale e scritta presentano differenze costitutive che vanno ben oltre la semplice distinzione dei canali di trasmissione, riflettendosi su aspetti funzionali e cognitivi.

Il parlato è intrinsecamente radicato in un contesto situazionale immediato, caratterizzato dalla compresenza fisica o temporale degli interlocutori. Questo ancoraggio situazionale si avvale di un ampio supporto di elementi paraverbali, come prosodia, timbro e volume, e di segnali extra−linguistici, quali gesti, sguardi e mimica, che contribuiscono alla negoziazione del significato. Al contrario, la scrittura opera in condizioni di decontestualizzazione, costruendo al proprio interno un contesto autosufficiente, indipendente dalla situazione immediata.

La modalità orale è, inoltre, caratterizzata dalla produzione e comprensione in tempo reale, essendo per sua natura effimera. Questa pressione temporale genera fenomeni di disfluenza, come esitazioni, ripetizioni, false partenze e tende a favorire strutture sintattiche paratattiche e segmentate. La scrittura, invece, beneficia di tempi di elaborazione più distesi, consentendo una pianificazione riflessiva, revisioni multiple del testo e la costruzione di periodi sintatticamente più complessi e ipotattici.

Un’ulteriore differenza riguarda l’effimero del parlato rispetto alla permanenza dello scritto; ovvero il linguaggio orale si consuma nel momento stesso della sua produzione (a meno che non venga registrato), mentre la scrittura fissa il messaggio su un supporto durevole, ipoteticamente per un tempo illimitato, se l’oggetto su cui è stato scritto riesce a conservarsi nella storia.

2.7.2. La primarietà del parlato

Dal punto di vista linguistico, la modalità orale gode di una innegabile priorità ontogenetica, filogenetica e funzionale. Storicamente, l’emergere della scrittura rappresenta uno sviluppo relativamente tardo nell’evoluzione dei sistemi linguistici, preceduto da millenni di trasmissione esclusivamente orale. Ancora oggi, esistono numerose lingue prive di sistemi grafici codificati, mentre non si dà il caso contrario di lingue esclusivamente scritte senza corrispettivo orale. Sul piano ontogenetico, l’acquisizione del linguaggio segue un percorso obbligato: ogni individuo sviluppa naturalmente la competenza orale nella prima infanzia, mentre l’alfabetizzazione richiede un apprendimento formale e successivo (Berruto & Cerruti, 2017). Questo primato biologico si riflette nelle strutture neurali specializzate per il processing linguistico, prevalentemente orientate alla dimensione fonica.

2.7.3. Sviluppi contemporanei: l’ibridazione digitale

Con l’avvento della comunicazione digitale, tuttavia, la tradizionale dicotomia tra oralità e scrittura tende ad attenuarsi, dando origine a forme ibride e sincretiche.

I nuovi media generano un continuum comunicativo in cui coesistono e si mescolano tratti delle due modalità — per esempio l’oralità registrata, menzionata in §2.7.1.

Si sviluppa così una forma di oralità secondaria o testualità conversazionale, tipica di piattaforme di messaggistica istantanea e social media. In queste forme ibride, l’immediatezza e l’informavità del parlato, evidenziate dall’uso di ellissi, deissi, marcatori conversazionali ed emoticon, convivono con la persistenza e la cura del messaggio propria dello scritto.

I messaggi vocali, inoltre, incorporano la ricchezza paraverbale del parlato all’interno di flussi di comunicazione mediata digitalmente, mettendo ulteriormente in discussione le categorie tradizionali di oralità e scrittura (Rossi, 2010).

3. L’apporto del Generativismo nella definizione di lingua

Il Generativismo, fondato da Noam Chomsky a metà del Novecento, rappresenta una radicale svolta epistemologica nello studio del linguaggio. Come approfondito da Bisceglia (2025), questo paradigma sposta l’oggetto della linguistica dalla lingua come sistema sociale al linguaggio come facoltà biologica innata, concentrandosi sulla competenza del parlante−ascoltatore ideale — la conoscenza inconscia del sistema linguistico — in opposizione all’esecuzione, la sua realizzazione concreta e imperfetta. Il cuore di questa prospettiva è la Grammatica Universale (GU), un ipotetico insieme di principi e parametri biologicamente determinati che guidano l’acquisizione del linguaggio e definiscono l’architettura computazionale della mente/cervello.

All’interno di questo quadro teorico, il presente capitolo si propone di esaminare le proprietà fondamentali della facoltà linguistica che il paradigma generativista ha maggiormente illuminato. L’analisi si concentrerà su tre concetti cardine: la ricorsività, intesa come il meccanismo computazionale che permette la costruzione di strutture sintattiche potenzialmente infinite attraverso l’applicazione iterativa di regole; la produttività, ovvero la capacità del sistema di generare un numero illimitato di enunciati a partire da un insieme finito di elementi; e la creatività linguistica, concepita non in senso artistico, ma come capacità governata da regole di produrre e comprendere espressioni nuove e mai precedentemente incontrate. Attraverso l’indagine di queste proprietà, emergerà il ritratto del linguaggio umano come un sistema discreto e infinito, la cui essenza risiede nel suo potenziale generativo.

3.1. La ricorsività

Nell’impostazione generativista, la ricorsività non costituisce una caratteristica periferica, bensì un principio essenziale. Dal punto di vista formale, essa consiste nella capacità del componente sintattico della facoltà linguistica di applicare iterativamente operazioni computazionali ai propri output; in altre parole, la lingua può costruire strutture dentro altre strutture — frasi dentro frasi, sintagmi dentro sintagmi — senza limiti prestabiliti, proprio perché le operazioni sintattiche possono ripetersi su sé stesse. Questo meccanismo autoreferenziale permette la costruzione di strutture gerarchiche complesse attraverso l’annidamento successivo di costituenti sintattici.

L’immagine della matrioska linguistica risulta particolarmente calzante: un’unità frasale può contenere al suo interno un’altra unità della stessa natura, in una progressione potenzialmente infinita.

La centralità della ricorsività è stata postulata come cardine della Grammatica Generativa fin dalle sue formulazioni classiche. In Aspects of the Theory of Syntax (Chomsky, 1965), Chomsky delinea un modello grammaticale in cui la componente sintattica opera attraverso regole ricorsive che garantiscono la generazione di un insieme illimitato di enunciati ben formati.

Significativo è il contributo di Hauser, Chomsky e Fitch (2002), i quali identificano la ricorsività come l’unica componente veramente specifica del linguaggio umano, distinguendolo dagli altri sistemi di comunicazione animale. Parallelamente, Steven Pinker in The Language Instinct (1994) illustra come la ricorsività permetta ai parlanti di produrre e comprendere strutture complesse attraverso l’applicazione ripetuta di schemi sintattici fondamentali, evidenziandone la base cognitiva innata.

3.2. La produttività

La produttività3 rappresenta la realizzazione della capacità ricorsiva del sistema linguistico. Essa si riferisce alla proprietà del sistema linguistico che consente, tramite regole ricorsive e composizionali, di generare un numero potenzialmente infinito di enunciati.

Da tale principio deriva la possibilità, per l’uomo, di costruire un numero virtualmente illimitato di pensieri e proposizioni a partire da un numero limitato di segni. In questa prospettiva, la produttività non dipende dalla quantità di elementi linguistici disponibili, bensì dalle regole di combinazione che ne determinano la struttura e il significato.

Tale proprietà dipende dalla ricorsività, senza la quale, infatti, non sarebbe possibile combinare elementi linguistici in modi sempre nuovi e complessi. Berruto e Cerruti (2022) evidenziano che l’applicazione della ricorsività, sebbene potenzialmente illimitata in linea di principio, incontra dei vincoli pratici di natura cognitiva e prestazionale. Tali limiti, che impediscono la formazione di strutture linguistiche eccessivamente lunghe o complesse, non sono intrinseci al sistema linguistico stesso, ma sono da attribuire ai suoi utenti. Gli autori evidenziano come:

Oltre un certo grado di lunghezza e complessità, il segno non sarebbe più economicamente maneggiabile, provocherebbe grossi problemi nella memorizzazione, elaborazione e processazione del messaggio. In questo senso, noi parlanti siamo utenti finiti di un sistema infinito (ivi: 26).

3.3. La creatività

All’interno del paradigma generativista, il concetto di creatività linguistica assume un’accezione tecnica precisa, distinta dalla creatività artistica o letteraria. La creatività governata da regole (rule−governed creativity) è definita come la capacità, insita in ogni parlante, di produrre e comprendere un numero infinito di enunciati mai precedentemente incontrati, pur attenendosi in modo sistematico ai vincoli del sistema grammaticale. Questa proprietà caratterizza l’uso linguistico ordinario come stimolo−indipendente (stimulus−free).

A differenza dei sistemi di comunicazione animale — tipicamente legati a contesti situazionali immediati — il linguaggio verbale umano permette di riferirsi a eventi trascorsi, futuri, puramente ipotetici o a entità astratte. La base di questa libertà creativa risiede nell’architettura computazionale della facoltà linguistica. Il suo carattere produttivo e ricorsivo fornisce gli strumenti strutturali — attraverso un insieme finito di regole e principi — per generare una potenziale infinità di pensieri ed espressioni (Chomsky, 1965; 2002).

3.3.1. Distinzione Concettuale tra Produttività e Creatività

Nel quadro generativista, è importante distinguere tra produttività e creatività, due concetti strettamente correlati, ma distinti: il primo riguarda il sistema linguistico stesso, il secondo la sua manifestazione nell’uso concreto da parte del parlante.

La produttività è una proprietà intrinseca della grammatica. Essa consente a un numero finito di unità verbali e regole di generare un numero potenzialmente infinito di strutture linguistiche. Questo principio si realizza soprattutto attraverso la ricorsività, che permette l’annidamento e la combinazione infinita dei costituenti, garantendo la flessibilità e discrezionalità del sistema linguistico. In termini chomskiani, la produttività è una questione di competenza.

La creatività, invece, riguarda l’uso effettivo della produttività da parte del parlante. Essa si manifesta nella capacità di produrre e comprendere enunciati nuovi, mai pronunciati o ascoltati prima, sempre nel rispetto delle regole grammaticali. Essa opera entro i vincoli posti dal sistema produttivo e caratterizza l’esecuzione linguistica quotidiana, rendendola stimolo−indipendente e non legata a contesti immediati.

In sintesi, la produttività è il potenziale generativo della grammatica — ciò che il sistema può fare in linea di principio—, mentre la creatività ne è l’attualizzazione nell’uso concreto — ciò che il parlante produce effettivamente.

4. Conclusioni

L’analisi condotta sulle caratteristiche del linguaggio verbale umano attraverso le lenti dello Strutturalismo e del Generativismo ha messo in luce non solo distinzioni metodologiche e teoriche inconciliabili, ma anche preziose complementarità. Ogni approccio, illuminando aspetti diversi del fenomeno linguistico, contribuisce a una comprensione più ricca e sfaccettata.

Dallo Strutturalismo si eredita l’imprescindibile lezione del rigore descrittivo e dell’analisi della langue come sistema autonomo composto da relazioni e opposizioni. Questo approccio ha fornito gli strumenti per scomporre il continuum sonoro in unità discrete e per comprendere come il valore di ogni elemento sia definito dalla sua posizione nella rete sistemica in opposizione a tutti gli altri elementi. Tuttavia, la sua focalizzazione sulla pura forma e sulla dimensione sociale del segno ha lasciato in ombra i meccanismi cognitivi che sottendono alla produzione e alla comprensione.

Il Generativismo ha risposto proprio a questa lacuna, spostando l’asse della ricerca dalla descrizione dei comportamenti linguistici — esecuzione — alla spiegazione della conoscenza linguistica — competenza. Postulando una gu innata e un dispositivo computazionale generativo e ricorsivo, ha offerto un modello formale potente per rendere conto della creatività e della discrezionalità del linguaggio.

In definitiva, questi due paradigmi non si escludono a vicenda, ma rispondono a domande diverse. Lo Strutturalismo chiede “come è organizzato il sistema?”, mentre il Generativismo “qual è la sua architettura cognitiva innata?”. La ricerca linguistica più attuale sembra risiedere non nella scelta esclusiva di uno di questi cammini, ma nella capacità di integrarne le intuizioni, riconoscendo che il linguaggio verbale umano è, simultaneamente, un sistema formale e una facoltà biologica.

La sfida del linguista è quella di costruire modelli che, senza sacrificare il rigore, possano abbracciare questa complessità multidimensionale.

Bibliografia

  • BERRUTO, G. & CERRUTI, M. (2017), La Linguistica. Un corso introduttivo. Seconda edizione, Novara, UTET.
  • — & — (2022), La Linguistica. Un corso introduttivo. Terza edizione, Novara, UTET.
  • BISCEGLIA, R. (2025), “La differenza tra Lingua e Linguaggio: Uno studio tra i diversi approcci linguistici”, Redazione Logo–Linguistica, pp. 1−11.
  • CHOMSKY, N. (1965), Aspects of the Theory of Syntax, Cambridge, MIT.
  • — (2002), On Nature and Language, Cambridge, Cambridge University Press.
  • DE SAUSSURE, F. (1916), Cours de linguistique générale, Parigi, Payot.
  • — (1999), Corso di linguistica generale (15 ed.), trad. it. DE MAURO, T. (a cura di), Roma, Carocci.
  • — (2005), Corso di linguistica generale (19 ed.), trad. it. DE MAURO, T. (a cura di), Roma, Carocci.
  • FREGE, G. (1923), “Logische Untersuchungen. Dritter Teil: Gedankengefüge”, Beiträge zur Philosophie des deutschen Idealismus, 3: pp. 36–51.
  • HAUSER, A. (1955), Stora sociale dell’arte, Torni, Einaudi.
  • HAUSER, M.D., CHOMSKY, N. & FITCH, W.T. (2002). “The Faculty of Language: What Is It, Who Has It, and How Did It Evolve?”, Science, 298, pp. 1569−1579.
  • MARTINET, A. (1980), Élément de linguistique générale, Parigi, Armand Colin.
  • PINKER, S. (1994), The Language Instinct: How the Mind Creates Language, William Morrow.
  • POLIDORO, P. (2015), Arbitrarietà verticale o orizzontale, clicca qui per consultare il link [consultato il 26/11/2025].
  • ROSSI, F. (2010), Internet, lingua di, clicca qui per consultare il link [consultato il 26/11/2025].

Nota

Lascia un commento

Condividi la tua opinione o fai una domanda sull'articolo.

Commenti recenti

Non ci sono ancora commenti. Sii la prima persona a dire la tua!