“Non macchine, ma menti”: l’evoluzione della comunicazione umana dall’ingegneria alla pragmatica

Pubblicato il: 10 Marzo 2026 | Tempo di lettura: 10 minuti

1. Introduzione

Comprendere come gli esseri umani riescano a scambiarsi pensieri e informazioni attraverso il linguaggio rappresenta una delle sfide fondamentali delle scienze umane e della filosofia. Per lungo tempo, la risposta a questa domanda è stata dominata dal cosiddetto modello del codice, un paradigma che concepisce la comunicazione come un trasferimento lineare di dati da una sorgente a una destinazione. Secondo questa prospettiva, nata per risolvere problemi tecnici di trasmissione del segnale, parlare significa semplicemente codificare concetti in suoni, mentre ascoltare si riduce a una decodifica automatica regolata da un dizionario e da una grammatica condivisi.

Tuttavia, la complessità dell’interazione verbale quotidiana suggerisce che la semplice padronanza di un codice sia insufficiente a garantire la comprensione. Come dimostrato dall’evoluzione della filosofia analitica e della logica, il linguaggio naturale non è un sistema cristallino e statico, ma uno strumento duttile il cui significato muta radicalmente in base al contesto e agli scopi dei parlanti.

Questo lavoro si propone di ripercorrere le tappe fondamentali che hanno portato al superamento dei riduzionismi meccanicistici. Nel primo capitolo verrà analizzata la genesi ingegneristica della teoria della comunicazione e i suoi limiti strutturali nell’applicazione alla linguistica. Successivamente, si esaminerà il contributo della logica, con particolare attenzione alla rivoluzione del “secondo” Wittgenstein, che ha spostato l’attenzione dalla struttura formale del linguaggio all’uso pratico all’interno di “forme di vita” condivise. In ultima istanza, la trattazione si focalizzerà sulla nascita della pragmatica moderna e sul modello inferenziale proposto da Paul Grice, dimostrando come il successo comunicativo risieda nella capacità umana di riconoscere e calcolare le intenzioni altrui


2. Il modello del codice

Il presente capitolo si propone di indagare le radici e lo sviluppo della prima grande cornice teorica utilizzata per descrivere il funzionamento della comunicazione: il modello del codice. Nel corso della trattazione verrà analizzata la genesi di questo modello, nata al di fuori delle scienze umane, per poi osservare come i suoi assunti siano stati traslati e applicati allo studio della linguistica e della semiotica. Infine, la discussione si concentrerà sui limiti strutturali e descrittivi di tale approccio, mettendo in luce perché la semplice decodifica di un segnale risulti un meccanismo insufficiente a spiegare la complessità e la ricchezza della reale comprensione verbale umana.

2.1. L’approccio matematico-ingegneristico

La formulazione originaria del modello del codice non nasce da interrogativi filosofici o linguistici, bensì da esigenze prettamente tecniche e ingegneristiche. Il lavoro pionieristico che ha formalizzato questo approccio è la Teoria Matematica della Comunicazione sviluppata da Shannon e Weaver (1964) alla fine degli anni Quaranta. L’obiettivo primario di Shannon non era la trasmissione del significato o l’interpretazione semantica — che riteneva del tutto irrilevante per i problemi ingegneristici — bensì l’accuratezza con cui un segnale poteva essere trasferito da un punto all’altro.

Secondo questo schema, un sistema di comunicazione è essenzialmente costituito da cinque elementi fondamentali: una sorgente di informazione, un trasmettitore, un canale, un ricevitore e una destinazione. Il processo inizia quando la sorgente seleziona un messaggio. Il trasmettitore applica quindi un’operazione codificando il messaggio in un segnale adatto a viaggiare attraverso un mezzo fisico, ovvero il canale. Durante la trasmissione lungo il canale (che può essere un cavo elettrico, l’etere, ecc.), il segnale può subire delle perturbazioni o distorsioni non volute, definite teoricamente come rumore.

Arrivato a destinazione, il processo si inverte. Come spiegano chiaramente gli stessi autori:

The receiver is a sort of inverse transmitter, changing the transmitted signal back into a message, and handing this message on to the destination. When I talk to you, my brain is the information source, yours the destination; my vocal system is the transmitter, and your ear and the associated eighth nerve is the receiver (ivi, p. 7).

In quest’ottica, la comunicazione è concepita in termini spaziali e meccanicistici: si tratta del trasferimento di un pacchetto di informazioni da un punto A a un punto B, al netto del rumore di fondo.

2.2. L’applicazione alla linguistica

Il diagramma ingegneristico è stato rapidamente adattato per fornire un resoconto psicologico e linguistico della comunicazione verbale. L’assunto di base di questo approccio è che le lingue umane, come l’inglese o l’italiano, siano a tutti gli effetti dei codici, e che la comunicazione avvenga perché parlante e ascoltatore condividono il medesimo sistema di convenzioni.

Da un punto di vista semiotico e linguistico, un codice è definito come:

un sistema che permette a due soggetti di comunicare stabilendo una corrispondenza fra messaggi interni (rappresentazioni mentali, concetti, pensieri) e segnali esterni (parole o enunciati). Le parole permettono dunque ad un parlante di rendere accessibili agli altri i propri pensieri, e questo perché le lingue naturali sono codici condivisi da parlante e ascoltatore (Bianchi, 2009, pp. IX-X).

All’interno di questo paradigma, la relazione tra il messaggio e il segnale è considerata del tutto simmetrica: la comunicazione assicura l’identità tra la rappresentazione mentale di chi parla e quella ricostruita da chi ascolta. Il successo comunicativo è garantito a patto che non vi siano rumori (disturbi fisici) lungo il canale e che l’emittente non commetta errori di codifica (come, ad esempio, un lapsus). La comprensione si riduce così a una reazione automatica a un segnale: l’ascoltatore decodifica il messaggio in base al dizionario e alla grammatica condivisi, senza che sia richiesto alcun grado di creatività o sforzo interpretativo ulteriore.

2.3. I limiti del modello

Sebbene le lingue naturali possiedano indubbiamente alcune caratteristiche proprie dei codici (associando, attraverso regole grammaticali, rappresentazioni fonetiche a rappresentazioni semantiche), la decodifica linguistica esaurisce solo una parte del processo di comprensione.

Come hanno sottolineato Sperber e Wilson:

utterances do succeed in communicating thoughts, and the hypothesis that they encode thoughts might explain how this is done. Its main defects, as we will shortly argue, is that it is descriptively inadequate: comprehension involves more than the decoding of a linguistic signal (Sperber & Wilson, 1995, p. 6).

Il modello del codice postula che ogni ambiguità o sottigliezza debba essere risolta attraverso un sistema di regole preesistenti. Tuttavia, la comunicazione ordinaria dimostra che, partendo dallo stesso identico segnale (la stessa sequenza di parole), il significato che il parlante intende trasmettere può variare enormemente a seconda del contesto.


3. La Logica

L’approccio della logica e della filosofia analitica del linguaggio sposta l’attenzione su un problema fondamentale: il rapporto tra il linguaggio, il significato e la verità. I logici cercano di spiegare come fanno le parole ad agganciarsi alla realtà e descriverla in modo vero o falso.

In questa prospettiva, la comunicazione diventa una questione epistemologica e semantica. Le basi di questa riflessione furono poste da Gottlob Frege alla fine dell’Ottocento. Frege rivoluzionò l’indagine filosofica distinguendo tra due componenti del significato: il Senso (Sense) e il Riferimento (Reference) (Frege, 1923, Chapman, 2005). Mentre il riferimento è l’oggetto reale a cui un’espressione punta, il senso è il “modo di presentazione” di quell’oggetto. Tuttavia, per Frege, il linguaggio naturale o ordinario è intrinsecamente imperfetto, caotico e pieno di ambiguità, e pertanto inadeguato per le rigorose esigenze della scienza e della logica pura (Sperber & Wilson 2005). Per comunicare in modo inequivocabile la verità scientifica, i filosofi formali ritenevano necessario superare le vaghezze del linguaggio quotidiano (Chapman, 2005).

Questo ideale di un linguaggio logicamente perfetto trova la sua massima espressione, e la sua successiva e spietata critica, nell’opera del più influente filosofo del Novecento: Ludwig Wittgenstein.

3.1. Ludwig Wittgenstein

Ludwig Joseph Wittgenstein, nato a Vienna nel 1889 in una ricca famiglia, inizialmente si dedica a studi di ingegneria, prima a Berlino e poi a Manchester, dove sviluppa un profondo interesse per la matematica. Su consiglio di Frege, nel 1911 si reca a Cambridge per studiare logica con Bertrand Russell, il quale riconosce subito in lui un genio assoluto.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Wittgenstein si arruola come volontario nell’esercito austriaco. È proprio durante gli anni al fronte e poi nel periodo di prigionia in Italia (a Cassino) che elabora gli appunti che daranno vita al Tractatus Logico-Philosophicus (1922). Convinto di aver risolto tutti i problemi fondamentali della filosofia, Wittgenstein si ritira dalla vita accademica. Tuttavia, nel 1929 ritorna a Cambridge, rendendosi conto dei limiti della sua opera giovanile. Inizia così una profonda revisione del proprio pensiero, culminata nelle riflessioni che, dopo la sua morte avvenuta nel 1951, confluiranno nelle celebri Ricerche Filosofiche (1958).

3.1.1. Il Primo Wittgenstein

Nel Tractatus, il “primo” Wittgenstein muove dall’assunto che i problemi filosofici derivino da fraintendimenti della logica del linguaggio. La sua risposta alla domanda su come funzioni la comunicazione si basa sulla cosiddetta Picture Theory (Teoria dell’immagine).

Il linguaggio è concepito come un’immagine logica del mondo. Le parole (i nomi) corrispondono a oggetti semplici, e le proposizioni elementari corrispondono ai fatti (stati di cose) della realtà (Wittgenstein, 1992). In questo quadro, il linguaggio funziona perché esprime proposizioni che associano il mondo reale attraverso le proprietà fondamentali di verità e falsità (Chapman, 2005). Come nota lo stesso Wittgenstein, una proposizione rappresenta una situazione nello spazio logico e può essere confrontata con la realtà per essere dichiarata vera o falsa. La comunicazione, in questa fase logico-formale, ha uno scopo esclusivamente descrittivo: comunicare significa trasmettere immagini logiche di fatti oggettivi (Wittgenstein, 1992).

3.1.2. Il Secondo Wittgenstein

Il ritorno a Cambridge segna per Wittgenstein l’abbandono dell’illusione logico-strutturale. Nelle Ricerche Filosofiche, la domanda “come funziona la comunicazione?” non trova più risposta nella ricerca di un isomorfismo tra proposizioni e realtà oggettiva. Wittgenstein opera una rottura drastica con il logicismo del Tractatus: cade il preconcetto della “purezza cristallina” della logica come ordine a priori del mondo (Wittgenstein, 1958).

Il significato non è più concepito come una corrispondenza fissa tra una parola e un oggetto, ma viene ricondotto all’agire umano. Il linguaggio naturale non è affatto imperfetto, ma è uno strumento complesso e radicato nella pratica sociale.

Per spiegare il funzionamento del linguaggio ordinario, il secondo Wittgenstein introduce due concetti chiave: i giochi linguistici e le somiglianze di famiglia.

3.1.2.1. I giochi linguistici

Le parole non hanno un’unica funzione denotativa (cioè nominare oggetti). Wittgenstein paragona il linguaggio a una “cassetta degli attrezzi” (martello, tenaglia, sega, colla, metro). Proprio come ogni strumento ha una funzione diversa, le parole assumono significati diversi a seconda del “gioco linguistico” in cui sono impiegate. Esistono innumerevoli giochi linguistici: dare ordini, descrivere un oggetto, fare una battuta, pregare, ringraziare, imprecare. La comunicazione funziona perché i parlanti sanno come partecipare a queste diverse attività, fondate su regole sociali e consuetudini condivise (quella che Wittgenstein chiama forma di vita) (Wittgenstein, 1992).

3.1.2.2. Le somiglianze di famiglia

I filosofi classici, e il primo Wittgenstein stesso, cercavano l’essenza comune di ogni concetto. Nelle Ricerche, si dimostra che fenomeni raggruppati sotto lo stesso nome (ad esempio la parola gioco) non condividono un singolo tratto essenziale, ma presentano una complessa rete di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano, proprio come i tratti somatici tra i membri di una famiglia (colore degli occhi, statura, temperamento) (Id., Chapman, 2005).


4. La Pragmatica

Questo capitolo esplora il passaggio definitivo dallo studio delle strutture logico-formali o convenzionali del linguaggio allo studio dell’uso del linguaggio come forma di azione e interazione intenzionale: la pragmatica. Le novità apportate da questa disciplina derivano dalla consapevolezza che la comunicazione non è un semplice trasferimento di dati, ma un’attività dinamica governata da regole sociali, psicologiche e razionali. Un passo fondamentale in questa direzione è stato compiuto da J.L. Austin e dalla sua teoria degli atti linguistici. Nel suo celebre lavoro, culminato nelle lezioni di Harvard pubblicate postume come How to Do Things with Words (1962), Austin supera in modo decisivo la cosiddetta fallacia descrittiva, ovvero l’errata convinzione filosofica secondo cui il linguaggio serva esclusivamente a formulare asserzioni che possono essere giudicate come vere o false. Per Austin, il linguaggio serve innanzitutto a fare cose. Per sistematizzare la sua teoria, Austin articola l’atto linguistico in tre dimensioni simultanee: l’atto locutorio (l’emissione fisica delle parole dotate di senso e riferimento), l’atto illocutorio (la “forza” dell’enunciato, ovvero ciò che si fa dicendolo, come promettere, ordinare o avvertire), e l’atto perlocutorio (l’effetto o la conseguenza che l’enunciato produce sui sentimenti, i pensieri o le azioni dell’ascoltatore, come convincere, spaventare o rassicurare) (Austin, 1962; Chapman, 2005; Sperber & Wilson 2005).

4.1. Paul Grice

Se Austin ha introdotto l’idea del linguaggio come azione, è stato Paul Grice a fornire un’analisi sistematica delle intenzioni che guidano tale azione e dei principi razionali che la governano. Paul Grice ha trascorso gran parte della sua carriera accademica tra due poli prestigiosi: l’Università di Oxford e, successivamente, l’Università di Berkeley in California. Inizialmente, Grice è stato un membro attivo e influente della cosiddetta filosofia del linguaggio ordinario di Oxford (la stessa scuola di Austin).

Tuttavia, il suo posizionamento filosofico si è progressivamente differenziato, portandolo a criticare la rigida dicotomia che caratterizzava la filosofia del linguaggio dell’epoca. Da un lato, filosofi formali come Bertrand Russell e il primo Wittgenstein (quello del Tractatus) ritenevano che il linguaggio naturale fosse troppo caotico, impreciso e imperfetto per essere oggetto di un’indagine filosofica rigorosa, preferendo affidarsi alla logica formale. Dall’altro lato, i filosofi del linguaggio ordinario (come il secondo Wittgenstein e Austin) sostenevano che, poiché “il significato è l’uso”, la logica fosse uno strumento inadatto per spiegare il linguaggio quotidiano, portando alla conclusione che il significato logico dovesse essere abbandonato a favore di una mera raccolta di usi, sfumature e distinzioni slegate. Grice rifiuta entrambe le posizioni estreme: egli riteneva, in modo rivoluzionario, che il divario tra il significato logico-formale e l’uso quotidiano non fosse sintomo dell’imperfezione del linguaggio, ma potesse essere spiegato sistematicamente attraverso le variabili della comunicazione umana e della razionalità.

4.1.1. Il significato come Intenzione

La rottura teorica di Grice prende forma nel suo seminale articolo Meaning (1957). Qui, Grice sposta il fulcro dell’analisi dalla convenzione linguistica alla psicologia umana, definendo il concetto di “Significato Non-Naturale” (meaning-NN). A differenza del significato naturale (come nel caso in cui “quelle macchie significano morbillo”), il significato non-naturale riguarda la comunicazione umana intenzionale.

Per Grice, la comunicazione non si basa solo su codici condivisi o sulla logica formale, ma è un processo intrinsecamente psicologico basato sul riconoscimento delle intenzioni. Egli definisce il significato in termini di una complessa intenzione rivolta a un pubblico: un parlante S significa non-naturalmente qualcosa con un enunciato x se S intende produrre una certa credenza (o risposta) in un ascoltatore A, e intende che A riconosca questa intenzione, e infine intende che proprio questo riconoscimento funga da ragione (o parte della ragione) per cui A forma tale credenza. L’essenza del successo comunicativo risiede quindi nel fatto che il parlante intende produrre un effetto psicologico nell’ascoltatore e intende che l’ascoltatore capisca esattamente che il parlante sta cercando di produrre quell’effetto.

4.1.2. Logica e Conversazione

Grice dimostra definitivamente come il linguaggio ordinario possa essere studiato in modo sistematico, fondandolo sull’idea che la conversazione sia un’attività razionale, finalizzata a uno scopo e cooperativa. A tal fine, introduce il Principio di Cooperazione «conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato» (Chapman, 2005: 43).

Questo principio generale si articola in quattro categorie di massime conversazionali:

L’introduzione di questo apparato permette a Grice di teorizzare il concetto rivoluzionario di Implicatura Conversazionale. L’implicatura serve a spiegare sistematicamente la differenza tra ciò che viene letteralmente detto (il significato convenzionale delle parole) e ciò che viene realmente inteso dal parlante. Quando un parlante viola apertamente una o più massime, l’ascoltatore – partendo dal presupposto che il parlante stia comunque rispettando il Principio di Cooperazione a un livello più profondo – è costretto a compiere un ragionamento per colmare il divario (Nearle, 1992).

4.1.3. Le inferenze

Il lavoro di Grice apre la strada al definitivo superamento del rigido modello del codice, portando all’affermazione del modello inferenziale. Qui avviene il salto paradigmatico. Nel modello del codice, un processo di decodifica parte da un segnale (ad esempio un’onda acustica) e porta alla ricostruzione automatica di un messaggio, applicando le regole di un sistema preesistente che associa univocamente segnali e significati. Non vi è spazio per il contesto o l’intenzione. Un processo inferenziale, al contrario, non opera su decodifiche rigide, ma parte da un insieme di premesse (il segnale linguistico, il contesto, le conoscenze condivise) per giungere a un insieme di conclusioni (il significato del parlante) che sono logicamente garantite o supportate dalle premesse stesse (Sperber & Wilson, 1995).

La differenza fondamentale risiede nel fatto che, nella comunicazione umana reale, il segnale verbale decodificato cade spesso ben al di sotto dell’intenzione comunicativa del parlante, fornendo solo una prova incompleta o uno schema di partenza. Come affermano Sperber e Wilson, sancendo il passaggio al nuovo paradigma:

È vero che una lingua è un codice che associa rappresentazioni fonetiche e semantiche delle frasi. Tuttavia, vi è un divario tra la rappresentazione semantica delle frasi e i pensieri effettivamente comunicati dagli enunciati. Questo divario è colmato non da ulteriore codifica, ma dall’inferenza (ivi: 9)

Con l’introduzione delle inferenze, la domanda “come funziona la comunicazione?” trova una nuova risposta: essa non è un processo di “imballaggio e disimballaggio” di concetti, ma un sofisticato esercizio cognitivo in cui il parlante fornisce indizi sulle proprie intenzioni, e l’ascoltatore utilizza il ragionamento logico e contestuale (le inferenze, appunto) per ricostruire con successo il messaggio reale.


5. Conclusioni

L’indagine condotta in questo articolo ha permesso di tracciare l’evoluzione storica e concettuale della teoria della comunicazione, evidenziando come la risposta alla domanda fondamentale — “Come funziona la comunicazione?” — sia mutata radicalmente nel corso del tempo. Questo percorso ci ha condotto dall’ingegneria dei segnali alla logica formale, fino ad arrivare alla psicologia delle intenzioni, dimostrando che il linguaggio umano sfugge a riduzionismi meccanicistici per rivelarsi come un’attività profondamente razionale e cooperativa.

Nella sua formulazione originaria, la comunicazione è stata concepita attraverso il modello del codice, un approccio di derivazione ingegneristica e matematica (Shannon & Weaver, 1964). In questa prospettiva, la risposta al funzionamento della comunicazione era puramente meccanica: comunicare significava codificare un messaggio interno in un segnale esterno, trasmetterlo attraverso un canale al netto del rumore, e attendere che il ricevitore lo decodificasse in modo simmetrico e automatico. Sebbene utile per le telecomunicazioni, questo modello si è rivelato “descrittivamente inadeguato” (Sperber & Wilson, 1995) per le lingue naturali, poiché la decodifica di un segnale linguistico non esaurisce affatto il processo di comprensione.

Parallelamente, la filosofia del linguaggio ha cercato di spiegare la comunicazione attraverso la lente della logica. Partendo da Frege, che introdusse la distinzione tra senso e riferimento cercando nel linguaggio la purezza necessaria per esprimere la verità scientifica, si è giunti al “primo” Wittgenstein del Tractatus Logico-Philosophicus (1922). Per questo approccio, la comunicazione funzionava solo in virtù della sua sintassi e della sua semantica logica: il linguaggio era concepito come una Picture Theory in grado di associare i fatti oggettivi del mondo. La comunicazione, per i logici formali, era l’espressione di proposizioni valutabili in termini di verità o falsità, e tutto ciò che esulava da questa corrispondenza esatta veniva considerato imperfetto o indicibile.

Il primo grande punto di rottura è emerso con il “secondo” Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche (1953). Rifiutando il logicismo della sua opera giovanile, Wittgenstein ha dimostrato che il linguaggio ordinario non è un calcolo astratto, ma una pratica sociale in cui “il significato è l’uso”. Introducendo concetti come i “giochi linguistici” e le “somiglianze di famiglia”, ha spostato l’attenzione dal rapporto tra parole e mondo (semantica) all’attività pratica dei parlanti. Le parole sono strumenti, e la comunicazione funziona perché gli esseri umani partecipano a “forme di vita” condivise, seguendo regole sociali flessibili anziché leggi logiche inflessibili.

Tuttavia, è stato Paul Grice a sintetizzare queste tensioni in un paradigma rivoluzionario. Grice ha superato la dicotomia tra i filosofi formali (che disprezzavano le ambiguità del linguaggio ordinario) e i filosofi del linguaggio ordinario (che rifiutavano la sistematicità della logica). Con la sua teoria, ha stabilito che comunicare non significa semplicemente scambiarsi segnali convenzionali, ma avere l’intenzione di produrre una credenza nell’ascoltatore e fare in modo che l’ascoltatore riconosca tale intenzione.

La comunicazione diventa così un esercizio di razionalità governato dal Principio di Cooperazione e dalle massime conversazionali. Questo ha permesso a Grice di spiegare il divario tra “ciò che è detto” (il significato letterale o logico) e “ciò che è implicato” (l’implicatura conversazionale, ovvero ciò che il parlante intende realmente trasmettere).

Questa evoluzione ci porta infine al modello inferenziale moderno. Come sancito da Sperber e Wilson, il salto paradigmatico è definitivo:

È vero che una lingua è un codice che associa rappresentazioni fonetiche e semantiche delle frasi. Tuttavia, vi è un divario tra la rappresentazione semantica delle frasi e i pensieri effettivamente comunicati dagli enunciati. Questo divario è colmato non da ulteriore codifica, ma dall’inferenza (Sperber & Wilson, 1995, p. 9).

In conclusione, il lungo percorso tracciato in questo paper dimostra un assunto fondamentale: l’evoluzione da Frege a Grice, passando per la transizione tra il primo e il secondo Wittgenstein, ha provato che per comprendere il funzionamento della comunicazione umana non basta studiare i simboli (la sintassi), né è sufficiente limitarsi a studiare il loro rapporto formale e oggettivo con il mondo (la semantica logica). Il successo comunicativo risiede nello scarto tra ciò che le parole codificano e ciò che il parlante vuole dire. Pertanto, è imprescindibile studiare le intenzioni degli utenti e i principi razionali che guidano l’interazione umana, ovvero il dominio della Pragmatica. La domanda su come funzioni la comunicazione ha trovato la sua risposta più matura: non siamo macchine che decodificano suoni, ma menti che riconoscono e calcolano intenzioni.

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